21/06/2005
Neocristianesimo a sfondo disattivistico e copulatorio
"Tutto quello che c'è di medio è aumentato, dicono contenti. E quelli che lo negano propongono però anche loro di fare aumentare, e non a chiacchiere, le medie; il prelievo fiscale medio, la scuola media e i ceti medi. Faranno insorgere bisogni mai sentiti prima. Chi non ha l'automobile l'avrà, e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore a ciascuno, due televisori, due frigoriferi, due lavatrici automatiche, tre apparecchi radio, il rasoio elettrico, la bilancina da bagno, l'asciugacapelli, il bidet e l'acqua calda.
A tutti. Purché lavorino, purché siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestarsi i piedi, a tafanarsi l'un con l'altro dalla mattina alla sera.
Io mi oppongo.
(...)
E se poi fosse una questione soltanto politica, io saprei il da fare. Se si trattasse soltanto di aprire un vuoto politico, dirigenziale, in Italia, con pochi mezzi ci riuscirei. Il progetto l'ho già esposto altrove, ed è semplice. Mi basta da un massimo di duecento a un minimo di cinque specialisti preparati e volenterosi, e un mese di tempo, poi in Italia ci sarebbe il vuoto. E nemmeno con troppe perdite: diciamo una trentina, e nessuno dei nostri. Con trenta omicidi ben pianificati io prometto che farei il vuoto, in Italia.
Ma il guaio è dopo, perché in quel vuoto si ficcherebbero automaticamente altri specialisti della dirigenza. Non puoi scacciarli perché questo è il loro mestiere, e si sono specializzati sugli stessi libri di quelli che dirigono adesso, ragionano con lo stesso cervello di quelli di ora, e farebbero le stesse cose.
(...)
No, ora so che non basta sganasciare la dirigenza politico-economico-social-divertentistica italiana. La rivoluzione deve cominciare da ben più lontano, deve cominciare in interiore homine.
Occorre che la gente impari a non muoversi, a non collaborare, a non produrre, a non farsi nascere bisogni nuovi, e anzi a rinunciare a quelli che ha.
La rinunzia sarà graduale, iniziando coi meccanismi, che saranno aboliti tutti, dai più complicati ai più semplici, dal calcolatore elettronico allo schiaccianoci.
(...)
Scomparsi i metalli, gli uomini avranno barbe fluenti.
Scomparse le diete dimagranti e i pregiudizi pseudoestetici, le donne saranno finalmente grasse.
Scomparsa la carta, non avremo né moneta né giornali né libri.
Perciò, trasmettendosi le notizie di bocca in bocca, noi non sentiremo né le false né le superflue.
Senza libri, la letteratura dovrà tramandarsi per tradizione orale, e la tradizione orale non potrà non scegliere i soli capolavori.
Vedremo automobili ferme per via, senza più carburante, e le abbandoneremo ai giochi dei bambini, ai quali però nessuno dovrà dire che cosa erano, a che cosa servivano quelle cose un tempo.
(...)
Grandi, barbuti, eloquenti, gli uomini coltiveranno nobili passioni, quali l'amicizia e l'amore.
Non esistendo la famiglia, i rapporti sessuali saranno liberi, indiscriminati, ininterrotti e frequenti, anzi continui.
Le donne spesso fecondate ingrasseranno ancora, e i bambini da loro nati saranno figli di tutti e profumeranno la terra.
Noi li vedremo venire su forti e chiari, e li educheremo alle arti canore e vocali, alla conversazione, all'amicizia, all'amore e all'intercorso sessuale, non appena siano in età a ciò idonea. Andateci piano, ragazzi, che tanto ce n'è per tutti.
Nell'attesa che ciò avvenga, e mentre vado elaborando le linee teoriche di questo neocristianesimo a sfondo disattivistico e copulatorio, io debbo difendermi e sopravvivere".
Questa citazione non è più lunga solo per motivi di spazio. E' la parte più bella, visionaria, pericolosa, sarcastica e amara di un grande romanzo di Luciano Bianciardi, La vita agra. Il libro parte relativamente lento, o almeno io ho fatto fatica a entrarci dentro. Il protagonista, e il narratore, è un immigrato in una grande città del nord che per un certo periodo riesce a vivere in un'oasi felice, un quartiere tranquillo, con uno spicchio di verde, abitato da altri immigrati e povera gente. Dopo poche pagine arriva il primo colpo: si scopre che il protagonista è emigrato per far saltare in aria il palazzo in cui ha sede una società responsabile della morte di un gruppo di minatori del suo paese natale. Qui ho iniziato a essere preso all'amo. Ma col passare del tempo il narratore viene preso dalla vita della grande città, viene assorbito, schiacciato e chiuso in un angolo. Deve trasferirsi in un'altra zona, insieme alla sua ragazza, e sbarcare il lunario. Ecco, a questo punto ti accorgi di avere di fronte agli occhi un piccolo capolavoro. La descrizione della vita metropolitana, in pieno boom economico, la descrizione dei nuovi tipi umani, le segretarie con i tacchi, gli impiegati leccaculo, i dirigenti gradassi e cialtroni, tutti con i loro tic, le loro nevrosi, stritolati senza scampo nel meccanismo, gusci vuoti, anime risucchiate, occhi come ostriche morte, tutti che si affrettano per strada a passi rigidi, per andare non si sa bene dove; tutto questo attraversato da un'ironia disperata, anche verso se stesso, l'ironia di un animale chiuso in un angolo, e da lunghi, folli e lucidissimi brani "teorici" come quello citato sopra. Grandioso.
Nonostante ti ritrovi a ridere mentre leggi, come a me ancora capita rileggendo certi brani, è un riso amaro. Anzi agro. Perché questo è anche un libro disperato, è un libro sulla non-soluzione. E' un libro sulla trappola in cui ci siamo cacciati, tutti. Ovviamente neanche il narratore prende sul serio l'ipotesi di un "neocristianesimo disattivistico e copulatorio", per quanto sia meravigliosa la definizione. Non c'è scampo se non svegliarsi la mattina e cercare di rimanere vivi, magari ritagliandosi un angolo di mondo in cui i rappresentanti di commercio di questa società non riescano ad arrivare. Ma anche così è dura, è dura. Solo quando arriva il sonno, chiudi gli occhi e non ci si pensa più.
Questo libro è stato pubblicato nel 1962. Millenovecentosessantadue. Sono passati quarantatre anni, e ancora morde, e ancora colpisce duro. E magari qualcuno avesse continuato a scrivere così.
Luciano Bianciardi è morto nel 1971, a quarantanove anni, di cirrosi epatica.
Stasera aprirò la bottiglia di vino, mi verserò un bicchiere e brinderò a lui e al suo romanzo rabbioso, a uno di quei libri che vengono scritti a prezzo della vita, e che forse, a volte, salvano la nostra, di vita.
07/06/2005
Lettere dal sottosuolo
Urla dal balcone e Birra fagioli cracker e sigarette sono due raccolte di lettere e, a sorpresa, tra le cose migliori che ho letto di Hank, Buk, il vecchio ubriacone bastardo. E le ho lette quasi tutte, le sue cose, da quando avevo 16 anni. Ma queste lettere sono così inconsapevoli e così piene di energia e di particolari, e di sensazioni su questi particolari, che ti prendono alla sprovvista. Pochi altri mettono insieme tutte queste qualità. Il fatto è: il suo discorso filava. Era come un sistema di difesa perfettamente equilibrato e testato sul campo. Non lo prendi mai con la guardia abbassata, non c'è nessuna grossa caduta nella sua sincerità. Come mi è sembrato ai tempi in cui ho letto Shakespeare non l'avrebbe mai fatto (quello della SugarCo, l'altro titolo è venuto fuori dopo), è quando ha smesso di parlare solo di puttane e di risse e della vita sulla strada che ha dimostrato a tutti di essere veramente grande. Quando non ha avuto più bisogno di emergere e di scioccare i benpensanti, e ha dovuto affrontare solo la scrittura. La scommessa più grande. Allora ha dimostrato di saper usare contro questo avversario le stesse armi che gli avevano permesso di sopravvivere nei bassifondi.
Quando si rivolge a persone in carne ed ossa, amici, editori, donne, c'è lo stile che ti aspetti di trovare in un libro di Bukowski ma ti accorgi anche dell'elaborazione che c'è dietro, dell'intelligenza, se ne hai mai dubitato, dell'ironia e, di nuovo, della sincerità. Anzi della lealtà della sua scrittura.
Ora, questo è l'unico requisito per essere un grande scrittore? No, è il presupposto.
Poi c'è quella scrittura, quello stile. Esattamente quello, e nessun altro. Quello che hanno provato a imitare in tutti i modi, prima di rompercisi le ossa. Teso e veloce, eppure così rilassato. Io dico che questa è prima categoria. E' il campionato mondiale. Provate a metterlo sul quadrato con uno qualunque dei contemporanei. Magari Hank può perdere ai punti. Ma l'avversario, "he sure knows he's been in a fight".
Certo, non tutto quello che ha scritto è allo stesso livello. Ma quale altro scrittore moderno ha scritto così tanto? Stanno ancora tirando fuori racconti inediti scritti su pezzi di carta igenica e cartoni di Heineken.
Da lui ti puoi aspettare una caduta di stile, certo, un racconto tirato via. Ma sai che non riceverai mai un vero colpo basso. Non lo troverai mai a fare la pubblicità a un politico, a una società d'assicurazioni, o a una convinzione. E' come Neil Young che canta "I won't sing for Pepsi/I won't sing for Coke" su This note's for you: la canzone è un po' di maniera, ma tu credi in quello che sta dicendo. Ci credi perché senti che lui ci crede, e sai che da un momento all'altro può azzeccare la frase e il ritmo e la musica e mettere davanti ai tuoi occhi un frammento di verità pieno di luce come un diamante, al posto di quella pietra grezza e squadrata. Nella scrittura di C.B. ogni tanto inciampi in una di quelle frasi che ti fanno morire e godere. E' come quando fai sesso con la tua ragazza e per una volta l'armonia di tutto ti sembra così perfetta che mentre vieni qualcosa frana dentro di te, cede come di fronte a qualcosa di troppo grande, e all'improvviso ti viene da ridere, è una reazione del tuo corpo, e per una frazione di secondo ti attraversa la mente che lei potrebbe fraintendere. Quella sensazione. Non è che capita spesso.
Poi dopo aver attraversato il libro in questo modo, arrivi all'ultima lettera che è una lettera d'amore. E' indirizzata a sua figlia Marina. E' datata 16 settembre 1969 e accompagnava un assegno e un altro messaggio per la madre di Marina, Frances Smith.
Ciao Marina, piccola mia:
ogni volta che mi telefoni, è così bello sentire la tua voce. Hai la voce più bella del mondo. Ti ringrazio tanto per le telefonate che mi fai. Sto sempre bene per giorni e giorni, dopo che parli con me. E sento che ti rivedrò, un giorno, e questo mi dà forza per andare avanti. Qualche volta quando mi sento male penso a te e mi sento subito meglio. PER FAVORE STAI MOLTO ATTENTA QUANDO ATTRAVERSI LA STRADA. GUARDA DA TUTTE E DUE LE PARTI. Io ti penso sempre e ti amo più del cielo, più delle montagne, più dell'oceano, più di tutto e di tutti. Per favore stai bene, sii felice e non preoccuparti per me.
Con tutto il mio amore, piccola,
Hank.
07/06/2005
I had a secret meeting in the basement of my brain
Dopo che si è rivelato lentamente, subdolamente, e ti è entrato dentro senza che te ne accorgessi, e ti sorprendi a non poter fare a meno della tua dose quotidiana, e inizi a spulciare i testi e capisci quanto sono raffinati e profondi, allora ti rendi conto che questo è l'album più bello del 2005. Forse degli anni 2000. Solo che ci vogliono almeno 15 ascolti, 15 viaggi e 15 ritorni.
Ma la cosa fantastica e folle della musica è che presuppone che ci sia qualcuno disposto ad ascoltare.
26/05/2005
The Kills live
Il problema è il fiato corto. Proprio quando dici: "questo potrebbe essere un buon pezzo, chissà dove va a parare?", la canzone finisce. Intuizioni troppo limitate, frammenti già ascoltati, anche se buoni frammenti, dai velevet underground a jesus&marychains, dal blues tradizionale a john spencer; ma comunque frammenti, su cui viene costruita un'intera canzone. Anche la voce, e questo già si sapeva, non può dirti niente di nuovo se hai sentito patti o p.j., per di più senza quella presenza sul palco (per quanto lei sia fisicamente simpatica; lui è un mingherlino con la bocca a ciavatta che potrebbe avere 27 o 47 anni e vorrebbe tanto essere lou reed). Il sospetto che viene ascoltando l'album è confermato dal vivo, esce fuori chiaramente: è serie B. Senza nulla togliere alla sincerità della serie B. Magari tra le prime posizioni, tra quelli che si battono per entrare in A. Ma insomma. Mi è capitato di assistere a concerti ben peggiori (non so, l'anno scorso i Radio Dept, o i Kings of Convenience: di quelli che vorresti tirare giù dal palco, così educati e innocui); per quanto pieni di citazioni, almeno i Kills fanno buone citazioni, e ci mettono energia e vitalità. Ma è questione di sensazioni: in un buon concerto vieni attratto dalla musica, e se possibile cerchi di avvicinarti, magari senza accorgertene, come ipnotizzato, e rimani sotto al palco fino a quando le orecchie te lo permettono. Così mi è capitato pochi giorni fa con i devastanti Dalek. Oppure, se non puoi avvicinarti, rimani dove sei ma la tua attenzione viene assorbita dalla musica, quasi involontariamente. Ieri per la prima parte del concerto stavo in terza fila, accalcato, sudato, fiducioso; ho aspettato fino a the good ones, per sicurezza, poi mi sono girato e me lo sono comodamente visto dal fondo.
18/05/2005
Classifiche
E quindi ieri sera facevo un furioso, autodistruttivo zapping televisivo quando capito su un programma della Rai di cui non ricordo o non ho capito il nome ma comunque doveva essere una cosa tipo i programmi di Mollica, capito? E si diceva dei dischi più venduti della settimana. Classifica ufficiale Fimi. In terza posizione c'era Devils&Dust di Springsteen. Va bene, dico, un disco abbastanza brutto, ma pur sempre Springsteen. L'album in classifica ancora te lo piazza. Mi sono compiaciuto della zampata del vecchio leone. E va bene.
Seconda posizione: Michael Bublé, con It's time. Ancora cercavo di districare il garbuglio di consonanti che mi ha riempito la bocca di fronte al faccione di Michael Bublé illuminato dalla calda luce di un tramonto estivo, quando ecco la prima posizione. In prima posizione nella classifica degli album più venduti della settimana ci sono i Blue. Con l'album Forever Blue. Anzi con l'album 4ever Blue. Ignoravo chi fossero i Blue fino a quando hanno trasmesso un frammento di video, e ho capito.
Ora, mi rendo conto che ci sono tante cose da dire sulle classifiche di vendita, ma come allontanare la marea montante dello sconforto? Come ignorare l'immagine di tutti coloro che, ignari, candidi, entusiasti, sono entrati in un negozio di dischi magari anche molto fornito e hanno detto: "Vorrei 4ever Blue dei Blue"?
Per cui ho spento la televisione, ho tirato fuori la bottiglia di sambuca che mi ero ripromesso di non toccare almeno per una sera, ho piantato lo spinotto delle cuffie nello stereo e ho ascoltato quattro volte di seguito Sea Change a volume 14, perché mi sembrava adattarsi allo spirito decadente del momento.
Poi oggi sono andato sul sito della Fimi, che è un sito che da oggi vorrò monitorare, e ho verificato, come nella speranza che qualcosa fosse cambiato. E invece no, gli album più venduti sono quelli.
Per curiosità ho dato uno sguardo anche ai singoli più venduti. E allora, al terzo posto: Only words I know, dei Blue. Al secondo posto: Lascia che io sia, di Nek. Al primo posto: I bambini fanno oh, di Povia. Povia? Chi cazzo è Povia?
Comunque sia io sono molto stanco.
17/05/2005
Dalek
Cristoddio che cazzo di concerto. Hanno spaccato le casse, hanno rivoltato il locale, ci hanno fatto un culo così. Quando sono uscito ero completamente stravolto, stordito, sbalordito e ancora mi fischiano le orecchie e il cranio mi rimbomba e non è solo per la birra. Tornando a casa ho sbagliato strada e mi sono ritrovato sulla Roma-L'Aquila. Un mio amico è uscito dal locale e sono 18 ore che non parla e ha lo sguardo fisso. Se vi capitano vicino andate a vedere questi tre, è il concerto più potente che ho visto quest'anno e sicuramente il più travolgente che ho visto al circolo, più vivo di qualunque alt-country indie pop new wave rock ecc. che sia passato quest'anno per Roma. Carne e sangue e sudore e Musica. Il suono del futuro non può non passare da qui.
16/05/2005
Last Days
Prima di tutto: non leggete i giornali. Soprattutto i titoli dei giornali. Se già li avete letti, dimenticateli. Per dire: Asia Argento non è Courtney Love, e appare per circa venti secondi nel corso dell'intero film, di cui la metà mentre dorme, e l'altra metà di culo. La frase di lancio (che fra l'altro era tratta da una canzone di Neil Young: it's better to burn out than to fade away) non appare mai nel film e non è nemmeno nello spirito del film, e in qualche modo, alla fine, sembra anche fuori luogo (sì, anche se è una frase del famoso biglietto d'addio).
Soprattutto, questo film non è la biografia di Kurt Cobain, né dei suoi ultimi giorni, se per biografia si intende chi-ha-incontrato, cosa-ha-fatto, cosa-ha-detto.
E' il ritratto di un'anima spezzata, non della vita di una rockstar. Il film ti dice: dimentica tutte le cazzate, i pettegolezzi, i gossip, le leggende, i dietro le quinte, le indiscrezioni. Qui siamo già oltre tutto questo, siamo nel posto in cui tutto questo ha perso di valore e di significato già da molto tempo. Qui si parla di un essere umano la cui unica ragione di vita è riuscire a comunicare, e che non può più farlo, se non attraverso mugugni e frammenti. O attraverso urla disperate. Qui si parla della solitudine, del vuoto: i veri protagonisti. Lamentarsi perché il film non parla dei Nirvana o della "vera storia" di Kurt Cobain è ingenuo e superficiale. Non è questo che il film vuole essere.
Kurt Cobain è un pretesto. Fin dall'inizio già sappiamo come andrà a finire: a un certo punto si è chiamato fuori. In un certo senso, Blake è già morto all'inizio del film. Qual è il paesaggio interiore di una persona che sta per fare una scelta del genere? E' possibile fornire una spiegazione? Gus Van Sant non ci prova nemmeno, come in Elephant non provava a spiegare le motivazioni di ragazzini che entrano in una scuola armati fino ai denti e iniziano a sparare su tutto ciò che si muove. Non ci sono motivazioni se non nell'assenza di tutto, anche di motivazioni. La domanda a cui il film cerca di rispondere non è "perché?", ma "come?". Se non è possibile capire perché un uomo arriva in un posto tanto disperato, forse è possibile immaginare e dare un'occhiata a questo posto, oscuro come il bosco minaccioso di una favola molto paurosa. Come un fiume gelido e sporco. Come una vecchia villa di pietra diroccata e decadente.
Michael Pitt è perfetto nell'atteggiamento e nelle movenze e nel mormorio quasi inintellegibile della voce (a proposito, cercate una versione in lingua originale); fisicamente è molto simile a Kurt Cobain ma, non a caso, ha solo due o tre primi piani. Non è un caso perché non è paragonabile all'intensità del volto e degli occhi di Kurt Cobain, come si vede soprattutto nell'ultimo primo piano.
Poi, certo, come avrete già letto, i primi piani non rientrano nello "stile documentaristico" del film.
Rimane dentro:
L'apparizione di Kim Gordon, un angelo trasandato con gli occhi dolenti, venuto per salvarti, ma non può farlo se non lo vuoi anche tu.
Lo stridore acido di Venus in furs, più potente e moderna e pericolosa di qualunque musica degli ultimi trent'anni.
La scena di Blake in studio, da solo, che cerca una via di espressione attraverso la musica e non ce la fa, la musica diventa rumore, caos, mentre l'inquadratura si allontana lentissimamente: neanche noi riusciamo a rimanergli vicino.
Se vi è piaciuto Elephant, andatelo a vedere. Se non avete visto Elephant ma vi piacciono i film che cercano di raccontare ciò che non è raccontabile, andatelo a vedere. Se avete bisogno di una spiegazione/risoluzione/rivelazione, se ancora pensate che deve per forza esserci una giustificazione, e soprattutto se pensate che questa sia dicibile, lasciate perdere.
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